Lo spettacolo è stato in cartellone al Teatro Stabile di Catania e ha ripercorso la vita straordinaria del Poeta nelle sue tante sfaccettature: letterato, amante, politico, guerriero…
Gabriele d’Annunzio è stato, è e sarà sempre un “dannunziano”, né più né meno né altro! Poiché Egli non è classificabile, etichettabile, ribattezzabile in alcun altro modo che non sia il Suo modo!

Foto di Antonio Parrinello
È, questa, una delle certezze concrete con cui lo spettatore esce di “scena” dalle sale dove sta andando “in onda” lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Edoardo Sylos Labini, “Gabriele d’Annunzio: una vita inimitabile”. L’evento teatrale, infatti, è tratto dalla fortunata serie televisiva “Inimitabili”, prodotta da Rai Cultura per Rai 3 e ha visto, tra i suoi appuntamenti nazionali, anche quello alla Sala Futura di Catania, in cartellone al Teatro Stabile del capoluogo etneo. Con l’eleganza interpretativa di cui è capace e con quell’afflato mistico e passionale che ha ricordato costantemente il respiro poetico e vitale del Vate, Sylos Labini in poco più di un’ora, gradevole e immersiva, è in grado di condurre lo spettatore lungo il sentiero della letteratura italiana di fine Ottocento e inizio Novecento intrecciandolo con la Vita inimitabile di Gabriele: dalla sua nascita a Pescara, in casa Rapagnetta, alle sue prime esperienze poetiche al Collegio Cicognini di Prato, quando ricorre a un espediente (già “social” per quei tempi!) per promuovere con astuzia e un po’ di cinismo la sua raccolta “Primo Vere”, inventandosi la sua morte dopo una caduta da cavallo e facendo pubblicare la notizia dai giornali dell’epoca, che ingenuamente annunciarono la scomparsa di una giovane promessa della Poesia nazionale. E così via, con tutta la difficoltà (sempre e comunque superata dall’attore e regista) di condensare in circa sessanta minuti una Vita siffatta, tra grandi amori intensi e disonesti (come quello per la leggendaria Eleonora Duse), opere che hanno scolpito il marmo del nuovo Verbo letterario italiano e imprese politiche, storiche e militari controverse e, forse, mai lette correttamente, quasi sempre vittime di borghesi e sbrigative accuse di collusioni con il fascismo. Ma quando il Vate era realmente il Vate e si muoveva con successo sulla scena internazionale (vedi l’Impresa Fiumana, unica nella sua avanguardia culturale dell’epoca e apprezzata da esponenti insospettabili di fascismo, come il bolscevico Lenin), ancora un certo Benito Mussolini era semplicemente un giocatore d’azzardo, un aspirante “discepolo” ingordo e avido di altrettanto successo, che inseguiva la ribalta politica e giornalistica con la direzione del quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Ma questa è un’altra storia, poiché quella di Gabriele si spegnerà, infine, il 1° marzo del 1938, tra le stanze del Vittoriale degli Italiani, oggi Monumento Museo da visitare necessariamente, se si vogliono sentire quello stesso afflato e quella stessa passione che ci ha trasmesso il Vate. Doveroso, a nostro avviso, per ogni Italiano passare dinanzi a quel motto di benvenuto nella storica residenza sul Lago di Garda: “Io ho quel che ho donato”… che ci sembra ancora di sentire sussurrare al Vate stesso.

Foto di Antonio Parrinello
