Domenico Trischitta e Catania nel cuore: dal successo a teatro al nuovo romanzo

da | Apr 8, 2026 | Storie di oggi

Col trascorrere del tempo ci siamo illusi che le emozioni si potessero stemperare, raffreddare, uniformare alla vita quotidiana. Le emozioni dello scrittore Domenico Trischitta, in quanto Autore del testo teatrale, e le emozioni nostre, in quanto spettatori e cittadini.

Ma così non è stato! Perché la “faccenda” dello storico quartiere catanese è ancora viva, pulsante, sanguinante, e il dinamico, colorato, scoppiettante e, al contempo, malinconico e rassegnato spettacolo teatrale “L’oro di San Berillo” (andato in scena nelle scorse settimane al Piccolo Teatro del capoluogo etneo, ndr) ha solo risvegliato ferite aperte, riportato a galla illusioni profonde.  

Domenico Trischitta è una penna ormai storica di questa città, proprio come il quartiere che racconta. Come Catania, egli è scrittore rude e romantico, allo stesso tempo, che accompagna ogni scrittura con indimenticabili colonne sonore che ti segnano l’anima: l’anima giovanile, capace di sognare; quella matura, che ti fa fare i conti con la realtà; quella anziana, quando hai già abbandonato ogni speranza di cambiamento.

Storie ambientate nella sua e nostra città nera, come la pietra lavica, area metropolitana dalle mille sfaccettature, coi suoi sogni e illusioni, la sua cultura e il suo fascino quasi ingenuo, sfoggiato tra un passato glorioso, un presente incerto e un futuro preoccupante. 

Ti chiamiamo Mimmo, crediamo di averne il diritto, dopo avere apprezzato le pagine dei tuoi libri e, di recente, anche il tuo lavoro teatrale. Ti sei emozionato a vederlo in scena?

“Non è la prima volta che assisto a un mio spettacolo, ma questa volta è stata particolare – confessa Domeinico Trischitta, la mente ancora agli applausi ricevuti e al turbamento di molti spettatori con gli occhi lucidi. – Il sogno di mio padre, raccontato sul palco, ha fatto rivivere il quartiere. Non nego una certa emozione. Mi sono commosso io, ma si è commosso anche il pubblico”.

Il lavoro dello scrittore etneo è fortemente locale e, al contempo, tocca tematiche universali, come la perdita delle proprie radici. Il pathos dei personaggi e la poesia viva e popolare che portano in scena diventano, così, il filo conduttore del racconto dello sventramento del quartiere San Berillo alla fine degli anni Cinquanta, quando quella parte di città comincia a cambiare volto, vestendo i panni della city commerciale, economica, finanziaria.

A pochi passi, la storia stessa del capoluogo siciliano, che assiste al cambiamento: via Etnea, piazza Stesicoro e, più in là, la Stazione centrale a cui collegare il nuovo quartiere. Il tessuto di San Berillo era fatto certo di sogni e illusioni, amori e contraddizioni, ma anche di criminalità e ingiustizia, prostituzione e corruzione, violenza e malaffare, già esso stesso dunque ferita aperta e sanguinante. Ad assistere a tutto questo, tra sventramento e cambiamento, c’è lo Scrittore, che fa il suo mestiere: scrive, racconta, riporta, incarnando i sentimenti di molti suoi concittadini.

Sei ancora lontano da Catania per lavoro, ma forse non le sei mai stato così vicino? E lo spettacolo?

“Adesso sono ad Ancona, dove insegno, ma poi tornerò a Torino, per gli ultimi due anni di scuola. Lo spettacolo sarà replicato a ottobre, in cartellone a Catania al Teatro Brancati, ma sarà sempre rappresentato al Piccolo Teatro. Poi, ci sarà una data a Siracusa e, infine, speriamo in una programmazione nazionale”.

Ma la tua Catania è stata, è e sarà sempre il centro di tutto?

“Sì, città irrisolta, che a mio avviso non si redime, non si sviluppa, ed è forse questo uno degli aspetti più gravi. La vicenda del quartiere San Berillo rappresenta uno dei mali diffusi di Catania, ne ha segnato il suo destino sociale, politico e anche criminale, se vogliamo, con la nascita di altri quartieri. Ma non è solo colpa della politica e degli uomini d’affari. È un circolo vizioso. E, in contesti così, il marcio trova terreno fertile”.

Ci leggi dentro anche una tara comportamentale?

“Sembriamo impantanati in un incubo. Viviamo situazioni millenarie, per certi versi, abitudini radicate nel modo di fare della popolazione, anche se siamo una città molto artistica, piena di vita. Consapevoli di vivere sotto il vulcano, esso ci può spazzare via da un momento all’altro. Forse anche questo crea una sorta di vivacità culturale, mista a immobilismo sociale e politico.

La redenzione può venire allora dall’arte, dalla cultura, ma non intendo quelle ufficiali. Mi riferisco a ciò che c’è sotto, di vivo e di vero: i singoli scrittori, le piccole compagnie teatrali, i musicisti, gli artisti, la Catania come movimento di rottura. Le cose positive avvengono, a mio avviso, nelle zone e nei luoghi più nascosti e periferici. La città ha queste piccole sfaccettature e da tutto ciò, da sotto la cenere, da questa situazione tellurica, la città è stata sempre distrutta e ricostruita”.

Mentre conversiamo con Domenico Trischitta, la notizia dell’assegnazione di Capitale della Cultura 2028 alla città di Ancona aleggia tra noi. Mimmo, scrittore catanese, che vive ad Ancona per lavoro: sembra quasi una beffa! Ma lui non sembra stupito, anzi…

“Trovo Ancona triste, malinconica. Ricordo che il regista Nanni Moretti la scelse per girare il suo film “La stanza del figlio”, non proprio una commedia. Non ha un lungomare vivibile. E certamente non poteva competere con Catania. Eppure, eccola lì, nonostante il potenziale culturale immenso della città etnea”.

Cosa leggeremo di te a breve, se hai nuovi progetti letterari che vuoi condividere con noi?

“Quest’anno uscirà il mio nuovo romanzo, non d’amore, ma sull’amore, che ho scritto nove anni fa prima di lasciare la Sicilia e che poi ho rimaneggiato e ripreso. Ci credo molto, poiché è il mio romanzo più intimo, racconta l’amore in tutte le sue forme: carnale, fraterno, materno, filiale, mistico… il protagonista è un uomo di mezza età, che riflette su quante volte ha riconosciuto l’amore e su quante volte è stato realmente in grado di viverlo”.

E tu, Mimmo Trischitta, hai mai incontrato l’amore e, se sì, sei stato in grado di viverlo realmente?

“Ho incontrato molte volte l’amore, ma non sempre l’ho riconosciuto. Per questo, a mio avviso, è importante questa disamina del mio nuovo libro”.

Naturalmente, anche questo è “amore”, cioè il ringraziamento che lo scrittore rivolge a quanti hanno reso possibile che il suo testo teatrale, “L’oro di San Berillo”, si trasformasse in un successo: la regia di Gisella Calì, i bravi interpreti Cosimo Coltraro, Carmela Buffa Calleo, Axel Torrisi, Giorgia Morana, Alessandro Chiaramonte, Daniele Caruso, con la direzione musicale di Elisa Giunta, le coreografie di Erika Spagnolo, i costumi di Rosy Bellomia, le scenografie di Rosario Di Paola, per la produzione di Associazione Città Teatro.

Eccola lì, allora, la speranza: che ci sono ancora penne vive e vivaci; che c’è chi ancora sa scrivere libri veri; che c’è chi riesce con la Poesia a sovrapporre le proprie vene alle strade e ai vicoli delle città, chi trasmette il suono dei propri battiti al tramestio brulicante di locali e piazze, chi trasforma le proprie smorfie di dolore e di sofferenza nei sorrisi accesi di una città che ride, magari all’ombra di un vulcano, stordita e inebriata dalla sua incontenibile bellezza e incoscienza…