“La Signorina Else” con Lucia Lavia al Teatro Stabile Catania

da | Apr 23, 2026 | Eventi e racconti delle città dell'isola

La brillante attrice è tornata a conquistare il palcoscenico del Teatro Stabile di Catania con una magistrale interpretazione del personaggio dalla novella dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler
di Antonio Iacona

Lucia Lavia in scena ne La Signorina Else al Teatro Stabile di Catania, regia Henning Brockhaus

Crediti foto: Antonio Parrinello

In fondo, quel 1924, anno di pubblicazione della novella “La signorina Else” da parte dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler, non sembra essere così distante da noi. Tecnologicamente, in un mondo così “avanzato” (?) come quello attuale, probabilmente sì! Ma, per il resto, l’animo umano restava turbato e trafitto dai medesimi tragici avvicendamenti della Storia. Due guerre mondiali a fare da guanciali di dolorosi cuscini (a toglierci la serenità del sonno ci aveva già pensato la Prima guerra mondiale, 1914 – 1918, mentre la Seconda si preparava il terreno, 1939 – 1945). Nel mezzo, una società che cercava di riprendersi dal rimescolamento delle carte sul tavolo da gioco internazionale, dunque anche europeo. Tra i grandi e altrettanto tragici movimenti politico-rivoluzionari, si profilavano o si stavano già affermando bolscevismo in Russia, nazionalsocialismo in Germania e fascismo in Italia. Tra i Paesi in via di nuovo “sviluppo”, costretti a ripensare se stessi non solo in termini geografici, c’era anche l’ex Austria Ungheria, con i cambiamenti che investivano ovviamente i costumi e la società.

La protagonista dell’omonima opera teatrale portata in scena, nei giorni scorsi, allo Stabile di Catania (che firma anche la produzione, ndr), la Signorina Else appunto, potrebbe così rappresentare i turbamenti (ma anche la forza e la voglia di divincolarsi da certi canoni e da certe cattiverie) di una giovane dei nostri giorni. Ma, se leggiamo l’opera in tal senso, allora… quanto è cambiato il senso del pudore? E quanto il senso della vergogna? E dell’immagine di sé? E, soprattutto, quanto si è più incattivita la società di oggi, questa società così smart e social eppure così vuota e spietata, rispetto a quel recente e già tragico passato in cui affondiamo le nostre radici moderne? Domande, dubbi, spunti di riflessione a cui ci si potrebbe (e ci si dovrebbe) abbandonare durante e dopo la rappresentazione, che porta nella regia e nell’adattamento la firma autorevole e “certificata” di un Maestro come Henning Brockhaus. Domande che sorgono grazie anche e soprattutto alla magistrale interpretazione di una Lucia Lavia in pieno possesso del palcoscenico e del proprio pubblico. L’avevamo già apprezzata moltissimo nella passata stagione etnea e il suo nome ha attirato nuovamente il nostro interesse. Non siamo stati smentiti.

Un monologo, una sola, chiara, limpida e spesso dolorante voce che per poco più di un’ora conquista la scena. Ma una voce che spesso è apparsa come il coro di mille e più voci, come per i tragici greci! Voci a interpretare i mille e più aspetti dell’animo umano, delle sue sofferenze, dei suoi dubbi, delle sue spesso tragiche scelte. Il risultato è una performance raffinata, elegante e struggente, che contribuisce a rinsaldare il forte legame e il grande debito che ancora abbiamo con la letteratura europea del Novecento.

Lucia Lavia in scena ne La Signorina Else al Teatro Stabile di Catania, regia Henning Brockhaus

Crediti foto: Antonio Parrinello

Chi di noi, almeno una volta, non si è abbandonato a monologhi (magari interiori) su scelte compiute o da compiere, su fatti accaduti, su dubbi atroci o su paure e rimorsi? Ecco: il tutto riportato al delicato ma anche forte, all’elegante ma anche austero animo della poco più che adolescente cittadina viennese, figlia di quella stessa borghesia che viveva i tragici cambiamenti dell’epoca, non poteva che trasformarsi in un fiume in piena di pensieri e turbamenti, domande e risposte, voci e lamenti, che hanno animato gli altri personaggi in scena, anche questi volti più che contemporanei: delle Marionette, esseri vuoti e tragici, cattivi o insensibili, ma soprattutto inquietanti, per nulla supportati (in senso psicologico), anzi cinicamente evidenziati da una scenografia che richiamava i capolavori del pittore austriaco Klimt, massima espressione della sua società.

Il padre di Else è sommerso dai debiti. La richiesta, che la giovane riceve tramite missiva, è chiara e netta: per saldare il debito, dovrà mostrarsi nuda, per diversi minuti che saranno un’eternità, al creditore Dorsday, da sempre attratto da lei.

La dimensione onirica, a cui ci ha abituato l’Autore di “Doppio sogno”, è costante. L’incubo è sempre dietro l’angolo, come se tutte le guerre mondiali si fossero tradotte dentro di lei (e di noi!) in pesanti battiti di cuore come pezzi di artiglieria. Che fare, allora? Salvare la propria dignità e mandare in malora la propria famiglia? O salvare quest’ultima e perdersi per sempre? Al dubbio non sembra rispondere neppure la colonna sonora, dai brani al piano di Robert Schumann, che sortisce lo stesso effetto delle tele di Klimt. Potrà, dunque e infine, una brutale ed efficacissima medicina risolvere tutto e portarci a miglior vita?

“Lampi di follia” della nostra coscienza, in fondo. Come voleva il regista. Come ha ben espresso la traduzione di Renata Colorni, come hanno contribuito a fare le scene e i costumi di Giancarlo Colis, le marionette di Sartoria Arianna di Macerata, le coreografie di Valentina Escobar, le luci di Gaetano La Mela. Le cento voci, insomma, del nostro animo, sotto altrettanto aspetti… mai passati di moda!