262 vestiti appesi: Alessandro Idonea ricorda Marcinelle

da | Set 23, 2026 | Catania, In giro e dintorni

Nel settantesimo anniversario della tragedia mineraria, il progetto della compagnia G.A.G.S. intreccia teatro civile, musica e testimonianze. Una storia di emigrazione e lavoro che lega la Sicilia ai bacini minerari del Belgio.

Gli abiti restano appesi, gli uomini non tornano. Nel titolo “262 vestiti appesi” è racchiusa l’assenza lasciata dalla catastrofe di Marcinelle, dove l’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. A quella ferita della storia europea è dedicato lo spettacolo ideato da Alessandro Idonea, prodotto dalla compagnia catanese G.A.G.S. e diretto da Aureliano Idonea.

Nato nel 2014, il progetto riporta al centro le persone dietro i numeri: lavoratori emigrati, famiglie separate dalla necessità, comunità cresciute intorno alle miniere. Nel settantesimo anniversario della tragedia, la produzione 2026 è stata sostenuta dal Ministero della Cultura e da SIAE nell’ambito del bando “Per Chi Crea 2025”, con una tournée tra Belgio e Francia.

La tragedia di Marcinelle e la storia dell’emigrazione italiana

Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Veneto e altre regioni italiane compongono la geografia di una partenza collettiva. Nel secondo dopoguerra, migliaia di lavoratori raggiunsero il Belgio per trovare nelle miniere un salario e una prospettiva per le proprie famiglie.

A sostenere quel flusso migratorio fu anche l’accordo bilaterale siglato tra Italia e Belgio il 23 giugno 1946, che legava l’invio di manodopera italiana alle forniture di carbone destinate al nostro Paese.

Dieci anni dopo, l’incendio nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, trasformò quel percorso di speranza in una delle pagine più dolorose della storia del lavoro. Le vittime appartenevano a dodici nazionalità; oltre la metà erano italiane.

“262 vestiti appesi” raccoglie questa eredità e la affida alla scena, mettendo in relazione la memoria dell’emigrazione con le domande sulla dignità, sulla sicurezza e sui diritti dei lavoratori.

Il libro di Maria Laura Franciosi diventa teatro civile

La drammaturgia di Maria Elisa Corsaro è liberamente ispirata a “Per un sacco di carbone”, il libro della giornalista Maria Laura Franciosi, per anni nella sede di Bruxelles dell’Ansa.

Pubblicata per la prima volta nel 1997, l’opera nasce da un’indagine tra i superstiti e i familiari delle vittime. Alle testimonianze si affiancano documenti e ricostruzioni che restituiscono il contesto dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra. Una nuova edizione è stata pubblicata nel 2024 da Edizioni San Paolo, per iniziativa delle ACLI internazionali.

Il passaggio dalla pagina al palcoscenico dà voce a questa memoria attraverso un linguaggio che intreccia italiano, siciliano e un francese segnato dall’esperienza degli emigrati. Le lingue raccontano la distanza da casa, l’incontro con un Paese diverso, il tentativo di farsi comprendere.

Le musiche di Mario Incudine e i movimenti coreografici di Donatella Capraro concorrono alla costruzione del racconto. Dal 2024 lo spettacolo si avvale anche dei sottotitoli in francese, con la traduzione del saggista Jean Paul Manganaro, docente emerito dell’Università di Lille.

Alessandro Idonea e il nuovo cast: la memoria passa ai giovani

Accanto ad Alessandro Idonea, la produzione 2026 vede in scena Luciano Fioretto, Luigi Nicotra e Federica Fischetti.

Il coinvolgimento dei tre giovani interpreti risponde alle finalità del bando “Per Chi Crea”, dedicato al sostegno degli artisti under 35 residenti in Italia. Per la compagnia assume anche un significato legato al contenuto stesso dello spettacolo: affidare a una nuova generazione il compito di custodire e trasmettere una storia che rischia di allontanarsi dalla memoria comune.

Il teatro diventa così un luogo di passaggio delle testimonianze. Le voci raccolte fra chi ha vissuto la miniera arrivano a interpreti e spettatori che quella realtà possono conoscerla soltanto attraverso i racconti.

Dal Bois du Cazier ai luoghi della memoria mineraria

Pensato come spettacolo site-specific, “262 vestiti appesi” costruisce un rapporto con gli spazi nei quali viene rappresentato. Nei siti minerari, la vicenda incontra i luoghi del lavoro e della perdita: gli edifici, gli ambienti e gli oggetti entrano in relazione con la narrazione.

Il Bois du Cazier, che patrocina il progetto, è oggi un complesso museale e memoriale inserito nel sito seriale UNESCO dei principali siti minerari della Vallonia. Qui la storia industriale di Charleroi si intreccia con quella dei lavoratori arrivati da altri Paesi.

Nel Memoriale, fotografie e nomi restituiscono un’identità alle 262 vittime. È in questo contesto che il progetto teatrale trova uno dei suoi riferimenti più significativi: riportare l’attenzione sulle singole vite, sui legami e sulle aspirazioni interrotti dalla tragedia.

“Inside Septante”: arte e memoria condivisa

La produzione del settantesimo anniversario rientra nel più ampio progetto “262 vestiti appesi. Inside Septante”, concepito per affiancare alle rappresentazioni attività di approfondimento e formazione.

Il programma della tournée, prevista dall’1 all’8 ottobre 2026, comprendeva tappe a Marcinelle, Blegny, Valenciennes, Amiens, Lille e La Louvière, mettendo in relazione i territori minerari della Vallonia con quelli della Francia settentrionale.

Visite, incontri, workshop e atelier itineranti costituiscono gli strumenti individuati dal progetto per coinvolgere il pubblico, soprattutto quello giovane. L’obiettivo è avvicinare le generazioni alla storia dei luoghi e alle esperienze delle comunità che li hanno abitati.

A settant’anni da Marcinelle, lo spettacolo nato a Catania conserva una domanda che riguarda anche il presente: quanto valore riconosciamo alla vita di chi lavora? Portarla in teatro significa consegnarla a una platea, perché ciascuno possa sentirla rivolta anche a sé.